Percorrere la Via della Seta: alcune riflessioni

di Ivan Cardillo

Sulla Belt & Road Initiative (BRI) si è scritto molto, e questo forse è il primo grande risultato di questa visionaria politica del governo cinese: farsi conoscere, far parlare di sé, dei grandi risultati ottenuti in poche decadi. La fine degli anni 70 senza l’inizio di un riavvicinamento tra occidente ed oriente, sotto le insegne dell’apertura, della riforma e della ricostruzione. Questo percorso ci ha abituati a vedere l’oriente come un discente, un emulatore, una parte del mondo in via di sviluppo. Adesso, all’improvviso, tutto sembra cambiato. L’oriente è sempre più dominante, i numeri (dell’economia, dei consumi, della crescita, della popolazione ecc.) ci sommergono tra stupore e disorientamento. Le reazioni naturali di fronte alle sorprese sono sempre le stesse: curiosità ed entusiasmo oppure diffidenza e timore. Assistiamo da sempre a confronti tra sinofili e sinofobi, usare una parola della politica cinese rende sinofili, criticare la Cina rende sinofobi. Manca un approccio scientifico. La Cina è una realtà estremamente complessa, piena di contraddizioni, dove facilmente si possono trovare giustificazioni per essere sinofili e sinofobi. Diventa importante allora la capacità di relativizzare, di contestualizzare, di compromettere, di adottare un approccio costruttivo.  

 Un grande lavoro di studio e di analisi della BRI è stato fatto da giornalisti capaci, muniti degli strumenti necessari, primo fra tutti la conoscenza della lingua cinese. Purtroppo questo non si è tradotto, in misura sufficiente, in una riflessione interna di chi per professione si occupa di altro, e penso al giurista, all’economista, al dirigente, al politico. Questo distaccamento dei saperi, lingua cinese e conoscenze specialistiche, caratterizza il dialogo tra Cina ed Occidente da vari secoli. Per il dotto tradizionale la Cina è qualcosa di extra-vagante, appannaggio di una cerchia ristretta di stravaganti affetti dal mal di Cina. Un Dialogo autentico è necessario e può avvenire solo attraverso la traduzione, e non si può tradurre fino in fondo se non si riesce ad interiorizzare l’altro. Questa operazione richiede di poter essere in grado di comparare le categorie ed i concetti di fondo della lingua, che è il simbolo, la coscienza, di una comunità radicata nella sua storia, nella sua cultura. Bisogna dunque essere economisti-sinologi, giuristi-sinologi ecc. per poter animare un dibattito profondo e costruttivo. Le difficoltà sono evidenti, ma non insuperabili. Se in passato gli errori di un approccio semplificatore erano facilmente ammortizzabili dalle condizioni economiche, sociali e politiche del tempo, oggi è d’obbligo instaurare un dialogo equo, tra pari, fondato su valori fondamentali e interessi comuni. L’era digitale, lo sviluppo tecnologico, l’interconnessione globale ce lo impongono.

La BRI è un progetto visionario. Il governo cinese nel proporla ha fatto un vero e proprio atto di coraggio, decidendo di investire soldi ed energie nella crescita di altri paesi, e non per migliorare i servizi per il popolo cinese. Penso alla sanità pubblica, ai sussidi per l’acquisto della prima casa, alla cura degli anziani, ai finanziamenti per l’agricoltura, al diritto allo studio, al cuneo fiscale ecc. Queste politiche indubbiamente hanno risentito della scelta del governo di finanziare la BRI. Il governo è in una delicata posizione: da un lato le tensioni sociali interne, dall’altro le tensioni della comunità internazionale. La convinzione di fondo, che prova ad armonizzare questi due lati, è stata varie volte ribadita da Xi Jinping: il benessere del popolo cinese non può essere indipendente dal benessere di tutti gli altri popoli, il popolo cinese partecipa al benessere mondiale.

La BRI si inserisce in un contesto comune già esistente ed interagisce con le istituzioni globali, presentandosi come uno strumento ulteriore di collaborazione. L’aspetto economico è quello preponderante ma non esclusivo, insieme alle merci circolano idee, valori politici e sociali, tradizioni. L’auspicio finale è quello di creare una comunità per il destino del genere umano. La BRI si affianca a quanto già esiste, non si sovrappone e non ci sono veti espliciti (se non quelli naturali della dialettica politica internazionale derivanti dalla coerenza, dal rispetto degli impegni presi, dalla gestione dei conflitti d’interesse ecc.). Non c’è dunque da stupirsi se in questo contesto il governo cinese firmi accordi con paesi non BRI, partecipi ai forum BRICS ecc.

Iscriversi alla BRI significa essere parte di una comunità di stati, di una piattaforma, di un club. Come ogni comunità, anche la BRI si fonda sullo spirito d’iniziativa dei suoi membri. Essere soci BRI non riconosce automaticamente privilegi, prelazioni, e non assegna ipoteche. La sigla del memorandum of understanding è una dichiarazione d’intenti su temi di interesse comune, poi è rimesso agli stati e alle loro politiche interne usare questa piattaforma al meglio.

Le opportunità che il mercato cinese offre sono infinite. Sempre nuovi parchi industriali vengono creati, aumenta il numero delle fiere, aumentano le possibilità di finanziamento, crescono le start-up. Siamo di fronte ad un colosso, ad una montagna, ma non sappiamo che sentiero prendere per scalarla. Molti parchi restano vuoti perché manca l’offerta, a molti eventi l’Italia non è presente perché mancano le risorse interne, molti bandi non vengono sfruttati perché manca l’informazione. Il personale delle istituzioni italiane in Cina è sottodimensionato rispetto a quello degli altri paesi.

La politica estera funziona solo se la politica interna è robusta e credibile. I cinesi che fanno affari nel mondo sanno di poter contare sul proprio paese. C’è un gioco di squadra, un sentirsi parte di un sistema. L’amministrazione cinese è un corpo compatto che comunica al suo interno. Gli italiani nel mondo quanto possono contare sul proprio paese? In Italia il cambio del numero di telefono collegato al proprio conto bancario impone il rientro in patria e la firma presso la filiale. Questo è solo un piccolissimo esempio delle gabbie che soffocano lo spirito d’iniziativa. Spesso per arginare abusi si fanno politiche che limitano l’esercizio di diritti.   

Per esportare bisogna prima produrre. Molti accordi commerciali restano sulla carta, e durano tanto quanto basta per fare una foto e farla circolare sui social e sui giornali. Il dibattito e le analisi si limitano a didascalie di foto di strette di mano, e a discorsi d’occasione. Bisogna incentivare lo studio, la ricerca, stimolare un dibattito sistematico con interlocutori esperti e consapevoli, avere una visione d’insieme delle dinamiche interne ed esterne. L’esportazione parte dunque dalle politiche interne di sostegno alle aziende. Oggi le aziende per essere competitive devono poter innovare, dunque sono necessari maggiori fondi per la ricerca e lo sviluppo. Per capire le tendenze dello sviluppo cinese basta osservare i fondi di ricerca stanziati dal ministero dell’istruzione. Un progetto di ricerca porta dopo due anni ad un brevetto (la Cina è il primo paese al mondo per numero di richieste di registrazione di brevetti già da vari anni), che diventa presto una start-up, e auspicabilmente un unicorno o un’azienda solida, il tutto in circa cinque anni. I fondi di ricerca sono aperti anche a paesi esteri su temi specifici, strategici per le relazioni commerciali, le caratteristiche economiche e sociali dei paesi. La ricerca scientifica detta l’agenda anche delle politiche internazionali.

Ricerca scientifica, sviluppo economico, relazioni internazionali sono i tre pilastri su cui si dovrebbe fondare una politica seria e lungimirante volta ad ottenere il massimo dall’adesione alla Via della seta.

Un tema sempre più importante è quello della responsabilità sociale per le attività imprenditoriali, come la tutela dell’ambiente, del diritto al lavoro, la protezione degli interessi deboli, il welfare, gli interessi collettivi, la tutela dei consumatori ecc. Anche la Cina su questi temi è molto sensibile. Nel 2020 entrerà in vigore il sistema dei crediti sociali per aziende cinesi ed estere, parte del più ampio progetto del sistema dei crediti sociali. Credo che questo sarà uno strumento fondamentale per inserire nelle trattative economiche anche la protezione di interessi e diritti fondamentali, scongiurando abusi e disparità di trattamento e condizioni.

Percorrere la Via della seta richiede di essere preparati, di conoscere la direzione dove si vuol andare, e di portare in spalla quanto occorre.

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