La fine della lunga rincorsa e Lezioni Cinesi

di Francesco Grillo, Oxford University, UK

Primi, secondo la ricerca condotta dall’OECD di Parigi, per competenze scientifiche degli studenti di quindici anni. Primi per quelle matematiche e anche per capacità di comprendere un testo scritto. Hanno superato Singapore, ma anche Hong Kong e Macao. Lontani sono gli Stati Uniti e, ancora di più, l’Italia. Sono questi i numeri che dicono – più di qualsiasi altro – quanto un Paese ha futuro. E il senso di una rincorsa cominciata nel 1989 quando il regime comunista rischiò di estinguersi a TIENAMEN e la Cina era, ancora, il Paese più povero del mondo.

In “Lezioni cinesi” il libro di FRANCESCO GRILLO pubblicato nel 2019 da SOLFERINO RCS (c’è una versione inglese e più accademica, scritta per SPRINGER NATURE dal titolo “DEMOCRACY AND GROWTH IN THE 21ST CENTURY”) si raccontano i numeri e soprattutto i viaggi dell’autore nell’IMPERO di Mezzo  per capire meglio cosa può spiegare il “balzo in avanti più lungo ed alto” della storia.

E, in effetti, la Cina è – aldilà dei giudizi sempre pregiudizialmente ostili o adulatori – il Paese più interessante da studiare (come dimostra il numero crescente di ragazzi italiani che ne frequentano i licei e le università). Da studiare – proprio come avrebbe detto Calvino – perché è lo specchio al contrario nel quale capiamo meglio cosa siamo o cosa siamo diventati. Il senso più profondo della nostra crisi.

Il libro racconta, dunque, la Cina attraverso il dialogo con alcuni dei protagonisti: il fondatore visionario di ALIBABA cercando di cogliere il rapporto che lo lega al Potere; il direttore dell’Accademia di Scienze Sociali di Pechino; il ministro della “propaganda e alcuni dei membri del Comitato Centrale del Partito più misterioso e potente del mondo; i contadini del SICHUAN e i medici che usano la telemedicina per portare nei villaggi le terapie accessibili fino a qualche anno fa solo nelle metropoli della costa.

La CINA sta, in effetti, ottenendo risultati straordinari, al punto da far venire il dubbio che quel Paese, quel modello di organizzazione sociale che si colloca all’estremo opposto rispetto alla democrazia liberale, abbia una capacità di adattamento alla rivoluzione tecnologica che stiamo vivendo e che noi stessi abbiamo innescato, superiore a quella nostra.

Un terzo della crescita economica del mondo negli ultimi trent’anni è dovuto alla Cina. Ma ancora più sorprendente è scoprire che, mentre la crescita del PIL cinese è leggermente diminuita, la produttività – punto di debolezza delle economie occidentali – continua a correre: rispetto a dieci anni fa, l’economia cinese ha raddoppiato la sua dimensione, pur avendo lo stesso numero di lavoratori.

La forza della Cina non è, del resto, solo nei numeri dell’economia: secondo le Nazioni Unite, negli ultimi vent’anni, sono riusciti a portare 700 milioni di persone fuori da una condizione di povertà assoluta; un risultato che è due volte migliore di quello raggiunto da tutti gli altri paesi del mondo messi insieme. Spendono in CINA sedici volte in sanità meno che negli Stati Uniti, ma, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, un bambino che nasce oggi in Cina ha una speranza di vita media superiore a quella di un neonato americano. È vero che hanno vissuto una crisi ambientale che ha prodotto vere e proprie rivolte; eppure oggi in Cina circolano metà delle automobili elettriche, due terzi dei treni ad alta velocità e ci sono un terzo dei chilometri di metropolitana del mondo.

La forza della Cina è, tuttavia, resa ancora più grande dalla crisi che, contemporaneamente, sta vivendo l’Occidente. Quella che qualcuno chiama “stagnazione secolare” e che è, soprattutto, crisi di fiducia che noi stessi abbiamo sviluppato nei confronti delle istituzioni che, pure, avevano vinto, in un altro secolo, lo scontro tremendo con gli autoritarismi. Fino ad arrivare – nel 1989 – ad un epilogo che sembrava definitivo.

Sapere che sta vincendo la Cina, è, però, lo “spettro che agita” sicurezze che si stanno sgretolando.

Quel Paese non è, infatti, semplicemente una dittatura. È uno dei cinque Paesi governati da un Partito che doveva essere scomparso trent’anni fa. Ma è anche l’unico Stato del mondo (insieme al Vaticano) che non ha mai fatto esperienza di elezioni politiche. Il confronto con un Paese come l’Italia è stridente: nessun altro sistema politico ha fatto ricorso così frequentemente come il nostro a elezioni (ai diversi livelli) negli ultimi trent’anni: e per quella che non sembra più una sfortunata coincidenza, l’Italia si colloca agli ultimi posti nel mondo su molti dei parametri che la Cina e l’Asia dominano.

Eppure per capire la Cina, non è sufficiente ricorrere alla dicotomia dittatura – democrazia, economia pianificata – economia di mercato. Il socialismo scientifico del ventunesimo secolo si salva – come racconto nel libro – dai disastri della pianificazione sovietica, sviluppando canali originali di raccolta sistematica di informazioni attraverso la rete, sperimentazioni per testare le politiche migliori, selezione di talenti da reclutare nel Partito.

Può essere la leadership autoritaria, selezionata su criteri fortemente meritocratici, tenuta sulla corda dallo spettro di poter essere rovesciata da una nuova rivoluzione, il modo più efficiente per governare una società che sta vivendo una vera e propria mutazione? La risposta che si trova nell’ultimo capitolo del libro – le dieci idee che l’Occidente può copiare per salvare il proprio diritto ad essere Occidente – forniscono una risposta sorprendente.

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